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mercoledì 13 maggio 2026

Il significato dell'addio: un racconto filosofico sulla perdita


La città respirava lentamente dopo la pioggia. Le strade lucide sembravano vene aperte nella notte, e dalle finestre socchiuse uscivano odori di caffè, pane caldo e musica lontana. 

Dario camminava senza fretta lungo il fiume, con le mani nelle tasche del cappotto e il cuore occupato da quella malinconia che arriva quando si desidera qualcosa che ancora non ha un nome.

Aveva trentadue anni e viveva da solo in un appartamento pieno di libri, piante troppo grandi e lettere mai spedite. Scriveva poesie che non mostrava a nessuno. 

Diceva che le parole erano come conchiglie: alcune custodiscono il mare, altre soltanto il rumore del vento.

Passeggiava quando dall’esterno vide una donna assorta nella lettura in una libreria vicino alla stazione.

Lei era seduta con un libro aperto sulle ginocchia e una matita tra i capelli. Non era soltanto bella. 

Era luminosa nel modo in cui lo sono certe cose semplici: il pane appena spezzato, il sole d’inverno, una finestra aperta all’alba.

Dario si fermò senza rendersene conto.

La donna alzò gli occhi e sorrise appena.

«Hai intenzione di restare lì molto a lungo?» chiese.

La sua voce aveva qualcosa di caldo e ironico, come il vino rosso bevuto lentamente.

Dario abbassò lo sguardo, quasi imbarazzato.

«Scusa. È che sembravi parte del posto.»

«E questo è un complimento?»

«Credo di sì.»

Lei rise piano. Una risata breve, ma sufficiente a cambiare l’aria intorno.

Non passò molto tempo prima che vide i due giovani iniziassero a parlare come se si conoscessero da molto tempo.

Lei era Clara.

Parlarono per un’ora intera senza accorgersi del tempo. Di libri, di viaggi mai fatti, del mare. 

Clara raccontò di essere cresciuta in una città costiera dove il vento entrava nelle case e faceva tremare le tende come vele. 

Dario le disse che da bambino credeva che l’amore fosse una forma di febbre.

«E adesso?» domandò lei.

«Adesso penso sia una fame.»

Clara lo guardò in silenzio, come se quella frase avesse toccato qualcosa di nascosto dentro di lei.

Da quel giorno iniziarono a frequentarsi.

Camminavano molto. Attraversavano la città senza meta, entrando nei bar solo per scaldarsi le mani. 

A volte parlavano fino a tardi, altre volte tacevano. Ma i loro silenzi non erano vuoti. Erano pieni di presenza, come le notti estive prima di un temporale.

Dario si accorse presto di amare il modo in cui Clara osservava le cose. Guardava il mondo come se ogni dettaglio meritasse salvezza: una foglia caduta nel caffè, un vecchio che leggeva il giornale al sole, una tazza sbeccata.

Una sera andarono al mare.

Era febbraio e la spiaggia era deserta. Le onde si rompevano lente sulla riva, lasciando schiuma bianca sulla sabbia scura. 

Clara si tolse le scarpe e camminò vicino all’acqua.

«Vieni,» disse.

Dario la seguì.

Il vento era freddo, ma lei sembrava non sentirlo. Aveva i capelli sciolti e gli occhi pieni di quella luce che precede le confessioni.

«Sai cosa penso?» mormorò.

«Cosa?»

«Che ci sono persone che arrivano nella tua vita come la pioggia. E altre che arrivano come il mare.»

«E io cosa sono?»

Clara sorrise lentamente.

«Tu sei il mare quando entra di notte nelle case dei pescatori.»

Dario non seppe rispondere.

La baciò.

Fu un bacio lento, profondo, quasi triste. Come se entrambi sapessero che l’amore più vero porta sempre con sé una piccola ombra di perdita.

Da quel momento si amarono con la fame degli esseri che hanno aspettato troppo tempo.

Facevano l’amore con le finestre aperte, lasciando entrare il rumore della città e della pioggia. Clara gli sfiorava il petto come se stesse leggendo una lingua antica. 

Dario imparò il corpo di lei come si impara una poesia: lentamente, tornando ogni volta sugli stessi versi.

Le diceva: «Quando ti guardo ho l’impressione che il mondo abbia finalmente smesso di mentire.»

E Clara chiudeva gli occhi, perché certe parole fanno male anche quando sono dolci.

Passarono mesi.

L’estate arrivò improvvisa, piena di luce e di temporali. Ma insieme al caldo arrivò anche qualcosa di fragile. 

Clara cominciò a diventare distante. A volte spariva per giorni interi. Tornava con il volto stanco e un silenzio difficile da attraversare.

Una notte, mentre erano sdraiati sul divano del soggiorno, Dario le chiese: «Da cosa stai scappando?»

Clara rimase immobile.

Poi disse:

«Da niente.»

«Non è vero.»

Lei si alzò lentamente e andò alla finestra.

«Ho paura dell’amore.»

Dario sorrise amaramente.

«Tutti hanno paura dell’amore.»

«No. Tu no.»

Lui la guardò a lungo.

Aveva ragione.

Dario non aveva paura di amare. Aveva paura soltanto della fine.

Clara invece sembrava abitata dalla convinzione che ogni felicità fosse temporanea. Come certi uccelli che non si posano mai davvero sulla terra.

Qualche settimana dopo, partì.

Lasciò un biglietto sul tavolo della cucina.

“Non cercarmi. Se restassi, finirei per spezzare qualcosa che adesso è ancora vivo.”

Dario rimase seduto per ore con quel foglio tra le mani.

Fuori, settembre cadeva lentamente sulle finestre.

Per mesi continuò a camminare da solo lungo il fiume. Tornò nella libreria dove l’aveva incontrata. Andò al mare in inverno. Aspettò.

Ma l’amore non sempre ritorna nella forma in cui lo abbiamo conosciuto.

Passò un anno. Poi un altro.

Una sera d’autunno, mentre sistemava vecchi libri, trovò una lettera infilata tra le pagine di una raccolta di poesie.

Era di Clara.

La carta profumava ancora di sale.

“Amarti è stato come entrare nell’oceano di notte. Bellissimo e terribile. Tu mi hai insegnato che esistono uomini capaci di amare senza possedere. E io ti ho amato più di quanto abbia saputo restare.

A volte penso ancora a quella spiaggia d’inverno. Al tuo modo di guardarmi come se fossi casa.

Se un giorno sentirai il vento aprire le finestre nel cuore della notte, pensa a me.

Io sarò lì.”

Dario chiuse gli occhi.

Fuori pioveva lentamente.

E per la prima volta comprese che alcuni amori non finiscono davvero. 

Cambiano forma. Restano nel corpo come il mare resta dentro le conchiglie: invisibile, ma eterno nel suo rumore. 


*Spunto tratto dal 3^ volume "LO SGUARDO NEL TEMPO DELLA FILOSOFIA" di Fabio Squeo
 


Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

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sabato 21 febbraio 2026

Note d'amore tra mare e stelle

 


Il giorno in cui Elena tornò a Portovenere, il mare aveva il colore dei ricordi non ancora perdonati. Un blu profondo, quasi inchiostro, solcato da riflessi d’argento che il sole del tardo pomeriggio faceva brillare come promesse sospese. Non metteva piede in quel borgo da dieci anni.

Dieci anni di città rumorose, di treni presi all’alba, di camere d’albergo anonime e di sogni che avevano il sapore del successo ma non quello della felicità. Dieci anni passati a costruire una carriera da pianista concertista, a suonare nei teatri più importanti, a inchinarsi davanti a platee in piedi. Eppure, ogni volta che le mani si posavano sui tasti, c’era un’ombra tra le note, una mancanza che nessun applauso aveva mai colmato.

Scese dall’auto con lentezza, inspirando l’aria salmastra che le punse le narici. Il vento le sollevò i capelli castani, lunghi fino alla schiena, e per un istante si sentì di nuovo la ragazza di diciannove anni che correva scalza sugli scogli, con il cuore leggero e il futuro spalancato davanti.

Il motivo del suo ritorno era semplice solo in apparenza: la vendita della vecchia casa di famiglia. Dopo la morte della madre, avvenuta due mesi prima, nessuno era rimasto a custodire quei muri impregnati di memorie. Elena aveva evitato quel viaggio finché aveva potuto. Ma i notai, i documenti, le firme… la realtà aveva bussato con insistenza.

Non era solo la casa a spaventarla.

Era lui.

Luca viveva ancora lì. Ne era certa. Il borgo era troppo piccolo perché qualcuno sparisse senza lasciare tracce. E se anche fosse andato via, il suo nome sarebbe rimasto inciso nella pietra di ogni vicolo, nel rumore delle onde contro il molo, nel profumo del basilico che sua nonna coltivava sul balcone.

Elena chiuse il bagagliaio e si incamminò lungo la strada che portava al centro. Ogni passo era un tuffo nel passato.

Luca stava sistemando le reti quando la vide.

All’inizio fu solo una figura in controluce, una donna elegante con un cappotto color crema e un trolley che trascinava sulle pietre del porto. Poi il vento le scostò i capelli dal viso.

Il cuore gli si fermò.

Non era possibile.

Elena.

Il nome gli esplose nel petto come un’onda improvvisa contro gli scogli. Rimase immobile, le mani ancora aggrappate alla rete umida di salsedine. Per un attimo pensò che fosse un’illusione, un ricordo che aveva preso forma per fargli male.

Ma lei si voltò verso il mare. E il suo profilo era inconfondibile.

Gli occhi grandi, scuri, sempre colmi di domande. Le labbra che sapevano sorridere con dolcezza e discutere con fuoco. Il mento leggermente sollevato, come se il mondo dovesse sempre guadagnarsi la sua attenzione.

Erano passati dieci anni. Dieci anni senza toccarla, senza sentirla respirare accanto a sé. Dieci anni passati a convincersi che l’aveva dimenticata. Luca si asciugò le mani sui jeans, il cuore che martellava.

Lei lo vide. Lo riconobbe all’istante. Il tempo si contrasse in un punto infinitesimale tra i loro sguardi.

Elena sentì le ginocchia cedere per un istante. Luca era cambiato. Più maturo, i lineamenti più marcati, la barba corta che incorniciava il viso. Le spalle più larghe, lo sguardo più profondo. Ma quegli occhi… quegli occhi color del mare in tempesta erano gli stessi che l’avevano fatta innamorare.

Si fermarono a pochi metri di distanza. Il mondo attorno sembrò dissolversi.

«Ciao, Elena.»

La sua voce. Grave, calda, un filo roca. La voce che le aveva sussurrato promesse nella notte.

«Ciao, Luca.»

Il suo nome tra le sue labbra fu un brivido. Non si abbracciarono. Non si strinsero la mano. Rimasero lì, sospesi tra ciò che erano stati e ciò che non avevano mai smesso di essere.

«Sei tornata.»

«Sì. Per… la casa.»

Un’ombra attraversò lo sguardo di Luca. Sapeva della morte di sua madre. In un posto come quello, le notizie correvano più veloci del vento.

«Mi dispiace per tua madre.»

Elena annuì. «Grazie.»

Un silenzio carico di tutto ciò che non avevano detto dieci anni prima scese tra loro.

«Resterai molto?» chiese lui.

«Non lo so.»

Era una risposta sincera. Non sapeva quanto sarebbe rimasta. Non sapeva quanto sarebbe riuscita a sopportare.

Luca fece un passo indietro. «Se hai bisogno di qualcosa…»

Elena sollevò lo sguardo su di lui. «Lo so.»

E in quel “lo so” c’era il ricordo di un amore che una volta era stato casa.

Quella notte, Elena non riuscì a dormire.

La vecchia camera era rimasta quasi intatta. Il letto in ferro battuto, la scrivania in legno scuro, la finestra che dava sul mare. Si sedette sul davanzale, le ginocchia al petto, osservando la luna che si rifletteva sull’acqua.

Luca. Il suo nome le bruciava dentro.

Si erano conosciuti a diciassette anni. Lei, figlia della maestra del paese, sempre con un libro sotto il braccio e le dita sporche di inchiostro. Lui, figlio di pescatori, con la pelle dorata dal sole e il sorriso disarmante di chi conosce il valore delle cose semplici. Erano stati opposti e identici.

Si erano innamorati lentamente, come si innamorano i ragazzi che non hanno fretta di crescere. Una carezza rubata dietro la chiesa, una passeggiata al tramonto, un bacio timido che era diventato incendio. Poi era arrivata la scelta.

Il conservatorio a Milano. L’occasione che Elena aveva sempre sognato. E la richiesta implicita che Luca la seguisse, lasciando il mare, la sua famiglia, le sue radici. Luca non l’aveva fatto.

«Non posso abbandonare tutto», le aveva detto quella sera sul molo, con le mani strette attorno alle sue.

«E io non posso rinunciare al mio sogno», aveva risposto lei, le lacrime che le rigavano il viso.

Si erano feriti senza volerlo. Elena aveva scelto di partire. Luca aveva scelto di restare.

E l’amore, così immenso, si era spezzato sotto il peso di due desideri inconciliabili.

O almeno così avevano creduto.

Il giorno dopo, Elena decise di andare al mercato.

Non sapeva perché. Forse per illudersi che tutto fosse normale. Forse per sfidare il destino.

Luca era lì. Stava parlando con un anziano pescatore, ridendo. Il suono di quella risata le attraversò il petto come un raggio di sole dopo la tempesta. Quando la vide, il sorriso si attenuò, ma non scomparve.

«Ti serve qualcosa?» le chiese, avvicinandosi.

«Solo del pane.»

«Vieni.»

La guidò verso il banco del fornaio. Le loro mani si sfiorarono per un istante. Fu come una scossa.

Elena trattenne il respiro.

Luca la guardò, serio. «Elena…»

«Non farlo.»

«Fare cosa?»

«Non guardarmi così.»

«Così come?»

«Come se…»

Come se nulla fosse cambiato. Come se il tempo non avesse scavato ferite.

Luca abbassò lo sguardo. «Non so guardarti in un altro modo.»

Quelle parole si posarono su di lei come una carezza.

I giorni passarono in una danza silenziosa.

Si incontravano per caso, sempre più spesso. Un caffè condiviso. Una passeggiata lungo la scogliera. Una conversazione che iniziava con banalità e finiva con ricordi. Elena scoprì che Luca non si era mai sposato.

«Non ho trovato nessuna che sapesse litigare con me come facevi tu», disse una sera, con un mezzo sorriso.

«Non è una qualità così rara», ribatté lei, ma il cuore le batteva troppo forte.

Luca la osservava come si osserva un orizzonte che si credeva perduto.

Una notte, mentre camminavano lungo il mare, iniziò a piovere. Una pioggia improvvisa, intensa.

Corsero a ripararsi sotto il portico di una casa. Elena era fradicia. I capelli le si erano incollati al viso, il vestito aderiva alla pelle. Luca le scostò una ciocca dalla fronte. Il gesto era semplice. Ma in quell’istante, tutto esplose.

«Non posso far finta che tu sia solo un ricordo», mormorò lui.

Elena lo guardò. «Non lo sei mai stato.»

«Allora perché sei andata via?»

La domanda, dopo dieci anni.

«Perché avevo paura di odiarti», confessò lei, con la voce spezzata. «Se fossi rimasta, avrei finito per rimproverarti ogni occasione persa. E non volevo che il nostro amore diventasse rancore.»

Luca rimase in silenzio.

«E tu?» chiese lei.

«Io avevo paura di perdermi. Il mare è tutto ciò che conosco. Credevo che se l’avessi lasciato, non sarei più stato io.»

Si guardarono, finalmente nudi di verità.

«E adesso?» sussurrò Elena.

Luca le prese il viso tra le mani.

«Adesso so che nessun mare è vasto quanto quello che ho dentro quando ti guardo.»

E la baciò.

Non fu un bacio timido. Fu il bacio di dieci anni trattenuti. Di notti passate a chiedersi “e se?”. Di desideri mai spenti. Elena si aggrappò a lui come se il mondo potesse dissolversi. Il tempo si fermò.

Il mare continuò a infrangersi contro gli scogli, indifferente e eterno.

Quella notte fecero l’amore.

Non fu solo passione. Fu riconoscersi. Ritrovarsi. Perdonarsi.

Le mani di Luca esploravano il corpo di Elena come se stessero rileggendo un libro amato, soffermandosi sulle frasi preferite.

Elena lo toccava con una devozione nuova, come se ogni cicatrice, ogni linea del suo volto raccontasse una storia che voleva imparare a memoria.

Tra le lenzuola, sussurrarono promesse che non avevano il sapore dell’ingenuità adolescenziale, ma della consapevolezza adulta.

«Non voglio perderti di nuovo», disse Luca, con la fronte appoggiata alla sua.

«Allora non farlo», rispose Elena.

Ma la vita non è mai semplice come un desiderio.

Il giorno della firma per la vendita della casa arrivò troppo in fretta. Elena sedeva nello studio del notaio, la penna tra le dita. Bastava un tratto di inchiostro per chiudere un capitolo.

Luca era fuori, ad aspettarla. Avevano parlato di un futuro insieme. Di una possibilità.

«Potrei tornare», aveva detto lei.

«Potrei venire con te», aveva risposto lui.

Ma erano parole sospese.

Elena guardò il documento. Se avesse venduto la casa, avrebbe tagliato l’ultimo legame materiale con quel luogo. Se non l’avesse fatto, avrebbe ammesso a sé stessa che una parte di lei non era mai andata via.

Chiuse gli occhi.

Vide Luca sul molo. Il loro primo bacio. Le mani intrecciate sotto il cielo stellato. Il dolore dell’addio. La gioia del ritrovarsi. Aprì gli occhi. Posò la penna.

«Mi dispiace», disse al notaio. «Non sono pronta a vendere.»

Uscì dallo studio con il cuore in gola.

Luca si alzò di scatto. «Allora?»

Elena lo guardò.

«Allora ho capito che non voglio più scappare.»

«Cosa significa?»

«Significa che non voglio scegliere tra te e i miei sogni. Voglio trovare un modo per avere entrambi.»

Luca la fissò, incredulo.

«Non so ancora come», continuò lei. «Ma so che non posso più vivere con il rimpianto.»

Luca le prese le mani.

«Allora restiamo», disse.

«Restiamo?»

«Restiamo insieme. Ovunque sia.»

Elena sorrise, con le lacrime agli occhi.

«Ti amo», disse, finalmente senza paura.

Luca la baciò in mezzo alla strada, sotto lo sguardo divertito dei passanti.

«Ti ho amata ogni giorno, anche quando non c’eri», confessò lui.

E in quell’abbraccio non c’era più la paura di due ragazzi divisi dai sogni, ma la forza di due adulti che avevano imparato che l’amore non è rinuncia, ma scelta quotidiana.

Passarono mesi. Elena iniziò a organizzare concerti estivi nel borgo, trasformando la piazza in un piccolo teatro sotto le stelle. Luca la aiutava a montare il palco, a sistemare le sedie, a distribuire volantini. La sera del primo concerto, il mare era calmo. Elena si sedette al pianoforte, le luci soffuse, il pubblico in silenzio. Tra la folla, Luca.

Suonò un brano che aveva composto negli anni della lontananza. Una melodia dolce e struggente, piena di attese e ritorni. Quando finì, il silenzio fu totale per un istante. Poi esplose l’applauso.

Ma Elena guardava solo lui. Scese dal palco e gli andò incontro.

«Era per te», sussurrò.

Luca la strinse tra le braccia.

«Allora non ho perso dieci anni», disse. «Li abbiamo trasformati in musica.»

Elena appoggiò la testa sul suo petto, ascoltando il battito del suo cuore.

Non era perfetto. Non era semplice. Ma era vero.

E mentre il mare respirava accanto a loro, compresero che l’amore non è un luogo da cui partire o a cui tornare. È la marea che ti abita dentro. E finché impari a seguirne il ritmo, non ti perdi mai davvero.

Negli anni successivi, la loro storia non fu priva di difficoltà. Ci furono tournée lontane, tempeste improvvise, discussioni accese su scelte da prendere. Ma ogni volta che il mondo sembrava volerli separare, ricordavano quella notte sotto la pioggia, quel bacio carico di dieci anni di silenzio.

Impararono a parlarsi senza paura. Elena capì che i sogni non chiedono sempre di fuggire; a volte chiedono di essere condivisi. Luca comprese che le radici non sono catene, ma punti di partenza.

Si sposarono una sera d’estate, sulla spiaggia, con il mare come testimone e le stelle come benedizione. Elena indossava un abito semplice, leggero come la brezza. Luca era a piedi nudi, i pantaloni arrotolati alle caviglie. Quando si scambiarono le promesse, non parlarono di eternità.

Parlarono di scelta.

«Ti scelgo», disse Elena.

«Ti scelgo», rispose Luca.

E fu in quella scelta, rinnovata ogni giorno, che trovarono il loro per sempre.

Molti anni dopo, seduti sullo stesso molo dove si erano detti addio e poi ritrovati, guardarono il sole tramontare. Elena appoggiò la testa sulla spalla di Luca.

«Se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa?» chiese.

Luca rifletté.

«No», disse infine. «Perché ogni errore ci ha insegnato quanto siamo disposti a lottare.»

Elena sorrise.

«Allora grazie per avermi lasciata andare.»

«Grazie per essere tornata.»

Il mare si tinse di arancio e poi di viola. Le onde continuarono il loro eterno movimento, avanti e indietro, come il loro amore: a volte lontano, a volte vicino, ma sempre parte dello stesso respiro.

E mentre la notte scendeva su Portovenere, Elena e Luca si strinsero la mano, consapevoli che la vera casa non era un luogo.

Era l’uno nell’altra.

 

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sabato 22 novembre 2025

Una tenera storia d'amore



Valeria, una ragazza di città introversa e timida, concentrata sullo studio. Per Valeria, l'amore non era nei suoi piani. Eppure il destino, la tenacia e una cerchia di amici avevano altri piani per lei. Il mondo universitario di Valeria ruotava attorno ad Anna, la sua migliore amica giocosa e schietta; Rosa, silenziosa e riflessiva come lei; e Carlo, il suo confidente protettivo le cui battute spesso mascheravano sentimenti più profondi.

Andrea, il suo amico più grande, era costante, attento e completamente ignaro di quanto avesse già catturato l'attenzione di Valeria.

Poi c'era Aldo, carismatico e civettuolo, le cui buffonate giocose suscitavano sentimenti che lui a malapena capiva.

Arrivò un evento universitario. L'auditorium dell'università pulsava di energia. Valeria aveva accettato con riluttanza di partecipare all'evento universitario, trascinata da Anna e Carlo. Musica, luci, risate, tanti concorsi e premi. Era travolgente, ma seguì le sue amiche, nascondendosi dietro il nervosismo.

Quando fu annunciato il Premio per il Miglior Sorriso, fu il nome di Valeria a emergere tra le chiacchiere. Lei si bloccò a metà respiro mentre la sala esplodeva, con applausi che si gonfiavano, mani che battevano, sedie che strisciavano mentre la gente si alzava ad applaudire.

Ma tutto quel rumore si dissolse nel momento in cui i suoi occhi incontrarono Andrea. Non stava semplicemente applaudendo educatamente come tutti gli altri. Aveva la macchina fotografica alzata, ferma e decisa, catturando l'esatto momento in cui il suo shock le balenò sul viso. La sua attenzione non vacillò; il suo sguardo era quasi troppo intimo per una stanza così affollata.

Qualcosa dentro di lei si irrigidì. Il suo respiro si fece affannoso. Il suo battito cardiaco si fermò. Per un attimo, sospeso, la festa intorno a lei si offuscò, come se l'intero evento si fosse ridotto allo spazio tra il suo obiettivo e il suo sorriso tremante.

Rosa, in piedi in silenzio lì vicino, osservava Andrea. La sua ammirazione per lui rimaneva inespressa, nascosta agli angoli dei suoi occhi attenti. Carlo, sorridendo al rossore di Valeria, provò una fitta di desiderio. L'aveva sempre protetta, e ora temeva che l'attenzione che riceveva potesse condurla altrove.

Nei giorni seguenti, Valeria si ritrovò a volte a gravitare verso Andrea, a volte a ritirarsi da lui, senza capirne il motivo. Negli angoli delle biblioteche, nei corridoi silenziosi, nei gruppi di studio o alle feste di compleanno, faceva "domande" solo per sentire la sua voce, ascoltare le sue spiegazioni o stare con lui. E in altre occasioni, lo ignorava completamente, come se fosse invisibile. Le piaceva la sua compagnia, ma non ne capiva il motivo, e questo era uno dei motivi principali per cui voleva evitarlo.

Le prese in giro giocose di Aldo continuavano incessanti, rivolte sia a Valeria che ad Anna. Valeria non prendeva mai sul serio Aldo e lo tollerava solo per via di Anna. Tentò molte volte di impedire ad Anna di stare con Aldo. Ma niente funzionò per lei. Aldo spinse Valeria a unirsi ai circoli di studio e sussurrò qualche battuta ad Anna. Valeria si sentì agitata ma curiosa; Anna rise ma in segreto si sentì addolorata.

Rosa osservava in silenzio, senza mai entrare nella mischia, mentre Carlo rimaneva vicino a Valeria, protettivo e vigile, consapevole del fascino di Aldo e della silenziosa pazienza di Andrea.

Un pomeriggio piovoso, il gruppo si riunì sotto una tettoia semidiroccata dopo le lezioni. Andrea rimase a pochi passi di distanza, osservando in silenzio le sottili reazioni di Valeria, in attesa del momento giusto per entrare in sintonia.

Il caos giocoso finalmente terminò quando tutti corsero avanti a prendere qualcosa da mangiare. Valeria e Andrea rimasero soli.

"Valeria," iniziò Andrea dolcemente, "non sono qui per distrarti. Mi... importa solo."

Valeria sentì un calore che la fece esitare, poi si sporse leggermente in avanti. "Lo so... Ma non credo che funzionerà", sussurrò, una confessione semplice ma carica di significato e confusione.

Nel frattempo, Carlo osservava da lontano, con il cuore stretto. Gli era sempre piaciuta Valeria, ma si rese conto che lei era attratta da Andrea. Anna, con il cuore che batteva forte, notò le occhiate casuali di Aldo a Valeria, suscitando un misto di confusione e gelosia. E Rosa, silenziosa come sempre, osservava semplicemente Andrea e Valeria, con emozioni stratificate ma inespresse.

Le dinamiche rendevano ogni incontro un delicato equilibrio: risate mescolate a tensione, amicizia intrecciata a sentimenti inespressi, amore che sbocciava nel silenzio.

Una settimana dopo, durante una sessione di studio pomeridiana in biblioteca, Valeria finalmente si concesse di soffermarsi vicino a Andrea. La loro discussione sugli orari delle lezioni e sugli insegnanti fluì senza sforzo. Lui la guardò dall'altra parte del tavolo e disse, dolcemente: "Voglio saperne di più su di te".

Il cuore di Valeria batteva all'impazzata. Voleva negarlo, ma la verità era innegabile. "E tu sei un mistero per me", ammise.

Fuori, Carlo chiuse silenziosamente il suo portatile, fingendo di controllare i messaggi, mentre Anna si allontanava per prendere dell'acqua, fingendo indifferenza. Aldo era distratto da un altro progetto nell'angolo, ignaro della sottile tempesta di sentimenti che lo circondava.

La loro storia non è esplosa da un giorno all'altro. È cresciuta attraverso piccoli gesti, come bigliettini ed email condivisi, tranquille sessioni di studio, passeggiate sotto gli alberi del campus e incontri discreti. La timidezza di Valeria ha lentamente lasciato il posto alla fiducia; la presenza costante di Andrea è diventata la sua ancora.

Nel frattempo, le amicizie sono durate: la lealtà di Carlo, l'amore segreto di Anna, la silenziosa ammirazione di Rosa, l'energia giocosa di Aldo, creando una delicata rete emotiva che ha incorniciato le loro vite nel campus.

Alcune storie d'amore sono forti e veloci. Altre, come quelle di Valeria e Andrea, si sviluppano in silenzio e sono persistenti, pazienti e, in definitiva, indimenticabili.

venerdì 22 agosto 2025

Era amore?

 

La stanza era silenziosa, Adrea, immobile, indugiava con modi che non erano suoi. C'era questo suono … questo suono che sembrava un respiro. Entrava ed usciva, ansimando a ogni soffio interrotto. Era seduto da solo alla scrivania: uno strano ronzio proveniva dal soffitto, no, non solo quello. 

C'era anche questo strano ronzio del suo computer. Scuro e nero, che attraverso quell’occhio blu di luce accesa, lo aspettava sulla pagina bianca davanti a lui. Fissava lo schermo davanti a sé, senza muoversi di un centimetro, quasi come se potesse dargli una risposta, ma come la sua mente, era semplicemente muto.

Teneva le dita della mano sinistra appoggiate sulla tastiera, pronte ad eseguire i suoi ordini, mentre con l’altra mano tamburellava sul tavolo, inseguendo pensieri. Le sue gambe, pulsavano come un cuore che batteva, irrequiete e pronte a scoppiare. Stava cercando di scrivere qualcosa, ma no, no... cosa stava cercando di scrivere?

Tutto quello che doveva fare era iniziare a spingere quei tasti, e poi sicuramente gli sarebbe venuto in mente l’idea.

La stanza era buia; l'unica luce proveniva dallo schermo tristemente bianco davanti a lui. Doveva inventarsi qualcosa, doveva per forza farlo. Non aveva tempo, non c'era mai tempo. Erano già le 23:30, e non si sarebbe mai fermato.

Emise un sospiro rauco, facendo lentamente ventilare qualche foglio di carta lasciato senza cura sulla scrivania. La sua fronte rugosa era fredda, con le lacrime di sudore sulla pelle.

La stanza era calda e le finestre erano chiuse nel bel mezzo di agosto.

Andrea aveva chiuso fuori le sue speranze con tutto il mondo. Ed ora, intendeva vendicarsi con le parole.

Finalmente iniziò a scrivere...

“Non ti ho cercata. Mi sei apparsa. Eri sola, disperata.

Abbiamo iniziato a parlarci e poi è successo tutto il resto.

E ora?”

Il tempo mette a nudo verità nascoste. Spoglia di parole inutili discorsi antichi e alla fine ti chiede il conto per tutte le illusioni create senza autorizzazioni.

Era amore?

No! Era vento di passione, come quello che ti riscalda prima dell’arrivo di un temporale. E il temporale poi arriva. Molte volte i tuoni e i fulmini confondono gioie e delusioni.

Ed ecco che il carro della fiducia inizia a rallentare, prima di arrestarsi definitivamente.

Promesse leggere e incaute scommesse di felicità, pendono come fiori appassiti, alla secca di una passione senza ormai destino.

La capacità d’amare si acquisisce per travaso. Fortunati sono coloro che si sono riforniti da fonti genuine.

 

domenica 10 agosto 2025

L'amore portato dal vento

 

Molfetta in un tramonto d’estate. 

Riflessi di luci d’orate scintillano sulla superficie dell’acqua increspata del porticciolo. 

Quella curva insenatura sembra voler abbracciarti nella sua vecchia storia. 

Una piccola barca, come obelisco, posta in piena vista sul largo che si affaccia sul porto, si mostra sorretta da un’onda minacciosa. 

Ti ammonisce e ti ricorda sfida e amore per il mare.

Giovanna, una giovane scrittrice di storie del cuore, correva in quella brezza serale. Portava con sé una cartella piena di appunti da proteggere. All’improvviso, un colpo di vento le strappò via alcuni fogli, disperdendoli nell’aria.

«No!» gridò, cercando di afferrarli, ma ormai erano volati troppo lontani.

Fu allora che vide Luca. 

Un uomo semplice, indossava una camicia un po’ in disordine, raccoglieva con cura i suoi fogli preziosi.

Quando si avvicinò, Giovanna notò le sue mani signorili, e i suoi occhi blu come il colore della mare.

«Credo che questi siano tuoi» disse lui, porgendole i fogli.

«Sei una scrittrice?»

«Sì, ma senza grandi pretese» rispose Giovanna, sentendo un calore insolito salirle alle guance." 

Un attimo di silenzio e poi: «E tu?»

«Luca. Professore … o almeno, ci provo» scherzò lui, indicando la borsa sotto il suo braccio, tipica da insegnante.

La brezza continuava a spingere le due figure, ma nessuno dei due sembrava accorgersene. Erano entrambi presi dalla magia di quel momento.

Luca le sorrise: «Posso offrirti qualcosa al bar? Così rimettiamo in ordine questi fogli… e forse potresti parlami della tua vena artistica».

Giovanna annuì, come se le fosse stato impossibile rifiutare l’invito.
Mentre camminavano insieme verso un piccolo caffè nascosto tra mura antiche della città, sentì che quella sarebbe stata solo la prima di molte, moltissime passeggiate.

Perché a volte il destino ha il profumo della sorpresa e quella volta fu coplice una fresca brezza marina.

mercoledì 19 giugno 2024

Aiuto ... mi sono innamorato

 

 

Uno squillo ... e nel mezzo delle mie faccende, mi giunge una voce amica:

“Andrea, ti ricordi di me?”

Era Carlo, un vecchio amico dell’età verde. Allora lo invidiavo perché parlava ai cuori con le note della sua chitarra e con una voce graffiante che richiamava antichi romanticismi.

“Weee, Carlo! Come stai?”

“Bene! Come spero anche per te! Caro amico, sicuramente sarai sorpreso di questo mia chiamata. Ho bisogno di parlare con qualcuno che mi ascolti e che mi possa dare un consiglio. Credo che tu potresti capirmi.”

Effettivamente restai sorpreso, ma certamente fui felice di ascoltarlo: “Carlo, non temere di nulla. Dimmi cosa vuoi sapere e se potrò fare qualcosa, lo farò con piacere.”

“Riconosco la tua onestà e la tua dedizione nel cercare verità nella vita. Certamente un tuo consiglio mi aiuterà. Ora ti spiego. 

In pratica dopo 40 anni di matrimonio, credo di essermi innamorato di un’altra donna. Il mio attuale rapporto con mia moglie è fraterno, vegetativo, ravvivato soltanto da piccoli litigi. 

Già da molto tempo si è spenta anche la fiamma dell’intimità, abbiamo vedute diverse, io sono più aperto al mondo, più vicino alla modernità. Lei è rimasta legata ai vecchi valori del casolare, chiusa in sé stessa. 

Rispetto i suoi pensieri ma non li condivido. Sono stato un buon marito e padre, abbiamo cresciuto in serenità i quattro figli, abbiamo una bella casa e, grazie a Dio, non abbiamo problemi di soldi. 

Tutto bene fino a pochi anni fa, prima che arrivasse una donna in aiuto nel mio lavoro d’ufficio. Lei era cosi eccitante, con una voglia di vivere, che … UUAAHHHE ...  svegliò in me quell’atavica voglia maschile di possedere la preda. 

Ovviamente, fantasticavo scenari caldi come un ragazzino senza che la donna nulla sapesse. Intanto il fuoco covava sotto la cenere, e dopo anni di autocensura, giunse il momento in cui il vulcano esplose. 

Le chiesi un bacio e … dopo un istante di sua titubanza, lei ha appoggiò dolcemente le sue labbra sulle mie, confessandomi che anche lei avrebbe voluto farlo già dai primi giorni della mia conoscenza. Sapeva che avevo una moglie ed ero un marito onesto e per questo motivo aveva mantenuto il suo distacco. 

E così le nostre lingue si unirono in un vortice pazzesco. 

La cosa non fini lì, da quella sera, iniziò un continuo cercarci, baciarci, coccolarci come due ragazzini. Per noi si aprì un mondo nuovo, travolti dal vortice di questo sentimento represso da tanto tempo. Non ti nascondo che abbiamo fatto l’amore. Non lo facevo da anni con mia moglie. Abbiamo cercato di troncare a questo "AMORE" proibito, senza soluzione di continuità. Ma non ci siamo riusciti, continuiamo a cercarci morbosamente. 

Andrea, credimi, io sto impazzendo. Ti giuro, non è voglia di sesso, figurati se alla mia età fosse questo il motivo per mettere subbuglio nella mia vita.   

Lei vuole che stravolga la mia vita attuale. Che vada a vivere con lei. Ma non voglio lasciare mia moglie dopo tanti anni di convivenza. 

Non voglio buttare tutto quello che ho costruito finora. Ma non voglio neanche reprimere le mie emozioni, i sentimenti che ho per questo nuovo amore. 

Nessuno sa niente di tutto questo e non ce la faccio più a tenermi dentro tutto. Forse dovrei rivolgermi ad un psicologo. Lei è libera da diverso tempo, divorziata, dopo una fallita esperienza matrimoniale. Posso nell’età della pensione, innamorarmi nuovamente? Sono innamorato oppure infatuato?”

“Caro amico, tu sollevi un problema moderno, il tuo caso è simile a molti altri i cui attori, in silenzio soffrono e nascondono la ferita. All’essere umano non si possono negare i sentimenti anche quando questi appaiono chiaramente contrari al giudizio comune.

È vero, siamo stati formattati, sagomati da veti educativi che ci pongono in continua agitazione, ci richiamano colpe, ci etichettano come traditori dei vecchi valori, ma in fondo alla nostra anima, soltanto noi possiamo essere i giudici noi stessi. La nostra forza d’amore deve prevalere e ci deve indicare come muoverci, quale strada imboccare.

È triste decidere di scegliere il male minore, ma in questi casi, l’unica opzione possibile è quella che chi ama veramente può imporsi.

Se sei in amore, non lo sei per la tua donna o per tua moglie o per i tuoi figli … sei in amore perché tu sai usare i modi che conciliano, sai vedere la luce dove altrimenti vedono solo buio. 

Forse sembro consigliarti in modo teorico e quindi formale, inutile. In realtà, ti invito a riflettere sul tuo essere. 

Se ami in modo sano, ti accorgi di essere amato allo stesso modo. In altre parole, il tuo nuovo amore deve essere complice e partecipe alla tua sofferenza interiore, non deve chiederti ciò che non vuoi fare, non ti deve obbligare a niente, perché se ti ama veramente soffrirebbe all’idea che rispondendo alle sue richieste non saresti più tranquillo e la decisione di mantenere la relazione vacillerebbe in seguito ai colpi dolorosi di giudizi morali esterni, ma soprattutto porterebbe ad alienare la stessa relazione. 

Qualora, per esempio, decidessi di lasciare la tua vecchia vita, si aprirebbe una nuova … ma ti assicuro che sarà nuova fintanto non diverrà vecchia soltanto perché la prima non esisterà più. 

Ogni persona porta con sé aspetti belli e antipatici, ma una nuova relazione purtroppo nasconde quelli antipatici per il tempo in cui resta nuova.

In conclusione Carlo, tu sei il giudice di te stesso, ignora tutto, ma non disubbidire al tuo cuore. Lui ti potrà chiedere tempo, ma alla fine ti suggerirà la decisione da prendere.”

 

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